Questo brano identifica a pieno il sound dei RESPECT, un suono ruvido, immediato, sanguigno e maledettamente contemporaneo.

I principali riferimenti musicali, fonte di ispirazione del progetto e dei processi creativi sono ampiamente rappresentati e riconoscibili fin dalle prime note; i timpani e i fiati che introducono al brano richiamano le ritmiche introdotte da uno dei pionieri del genere come Ray Charles e le atmosfere rarefatte delle sessioni di Otis Redding.

Tutto si sviluppa con naturalezza, con un groove fluido e incalzante che mette in risalto uno dopo l’altro i suoni e gli strumenti tipici del Soul, dal piano Rhodes al clavi fino ad aprirsi sul Leslie Hammond con il piano acustico che riecheggia in lontananza con improvvisazioni e ribattuti tipici del ragtime e del Blues.

Batteria e basso si plasmano in un corpo unico, il crescendo che ne deriva è simile a una locomotiva che sembra accelerare senza mai deragliare fino al momento dello special in cui la vena melanconica e poetica tipicamente mediterranea prende il sopravvento creando un virtuale ponte anche temporale tra due mondi musicali. 

Le chitarre riscaldano ulteriormente l’atmosfera per poi graffiare l’anima nel solo che prelude al finale mentre le parole ci riportano a un senso di concretezza e di contemporaneità. “Eccoci qui che tormentiamo la gente”, così esordisce il testo quasi a voler riporre l’attenzione sul ruolo della Musica e degli artisti ovvero quello di smuovere i sentimenti e di agitare le coscienze concetto che emerge con assoluta chiarezza e semplicità in quel “Ci piace suonare e farti pensare un po’”. 

La voce e i cori fanno il resto restituendoci energia, calore e tanta anima Soul.